Avezzano e Fucino:




























Il nome Avezzano

Una delle spiegazioni probabili è quella del toponimo prediale Avidianum (o fundus Avidianus) dal gentilizio Avidius, che è ben attestato ad Alba Fucens. Quindi, il nome altomedievale di Avezano era dovuto alla presenza di un «fondo avidiano», ossia di una proprietà agricola appartenente alla famiglia di Avidio, con relativa villa romana.

Un'altra ipotesi fa derivare il nome da Ave Iane, per l'esistenza in zona di un tempio dedicato a Giano Bifronte con vicino una scritta "Ave Giano", da cui appunto "Avezzano". Altra ipotesi è che, il nome della città, derivi da "Advezziarum", vista la presenza in zona, in età romana, di molti membri della famiglia Vezzia.[1] Il toponimo dialettale auzzàne è diffuso indistintamente dalla provincia di Rieti alla valle del Liri (Roccamonfina) per indicare dei boschi prevalentemente di Ontani (Alnus glutinosa), che fa pensare anche per Avezzano un etimologia formata su alnetianus, con metafonia ALN> au, ovvero bosco di Ontani (vista la vicinanza con gli ambienti umidi) Il castello Orsini prima del sisma del 1915.

Medioevo
Il nome di Avezzano compare per la prima volta nella storia, nell'anno 854 d.C., nel Cronicon del Cardinale Leone Marsicano, allorché viene citata la chiesa di S. Salvatore; altra citazione la si ritrova in un diploma di Berengario II del 953, riguardante i possedimenti del monastero di Barreggio. Altri documenti hanno evidenziato che Avezzano come vico esisteva già agli inizi del Medioevo: in una lapide scoperta nella zona si evince chiaramente che nel 1156 Avezzano era cinta di mura e che signore della città, nel 1181, era Gentile di Paleara, Conte di Manoppello. In una pergamena del 1371 si ha invece notizia di una sentenza con la quale la Regina di Napoli, Giovanna D'Angiò, sposata con il Re d'Ungheria, dava franchigia e l'immunità popolare, con soggezione solo al Re, ad un avezzanese, mentre in un'altra pergamena, scritta in latino e risalente al 1441, vengono messi a nudo usi e costumi dell'epoca, le strade, le contrade, le voci, i vocaboli e financo i motivi di una vertenza sorta tra luchesi ed avezzanesi in ordine al possesso del territorio "La Penna" edificata dai romani durante le operazioni di bonifica del Fucino.

Altra testimonianza storica: nel 1268, dopo la vittoria di Carlo D'Angiò su Corradino di Svevia, Avezzano viene elevata a centro di contado, anche se per motivi inspiegabili, si continuò a dire "Contado di Albe". La città fu feudo dei Marsi, dei Normanni e per diverso tempo degli Svevi. Nel 1331 Avezzano fu saccheggiata e distrutta da Francesco Del Balzo, Duca di Andria, poiché gli avezzanesi avevano parteggiarono apertamente in favore di Filippo, principe di Taranto, genero ma nemico del Duca Francesco.

La città risorse sulla vecchia rocca dei Paleara al tempo degli Orsini, che nel 1490 vi eressero un castello, ma in particolare si sviluppò dopo l'elevazione a capoluogo di distretto che comprendeva gran parte dei centri della Marsica.


Incile e Fucino (Sunto da testo di Giuseppe Grossi)

Il regime del lago Fucino era stato per lungo tempo stabile con variazioni modeste ad esclusione di fenomeni eccezionali di maggiore escrescenza. In età antica, raggiunse i limiti dei kmq 171,5 nel caso particolare documentato nel 137 a.C., come testimoniato da Giulio Ossequente che c'informa che il lago "cinque miglia inondò" del territorio fucense, naturalmente un'inondazione da calcolare dal centro del lago, come osservato recentemente dal Letta. In età contemporanea dal settecento, ma soprattutto nel 1816, raggiunse l'area di 165,1 kmq, tanto da affrettare le opere di prosciugamento borboniche. L'innalzamento dei livelli lacustri nel corso della prima metà del I secolo dovettero portare ad un primo progetto di intervento di regolarizzazione dei limiti lacustri in età cesariana.

Questo fenomeno di escrescenza lacustre era probabilmente dovuto alla diffusione della pratica pastorale della transumanza "orizzontale" e del relativo taglio dei boschi, attività che a partire dalla seconda metà del II secolo a.C., avevano portato nell'alveo lacustre un maggiore afflusso di acque torrentizie e ghiaia dai vicini monti. Questo fenomeno aveva aumentato il livello medio delle acque e reso impossibile la coltivazione dei terreni intorno al perimetro lacustre. Questo spiega le possibili richieste di intervento da parte della aristocrazia terriera locale (albense e marsa) e la realizzazione del progetto romano cesariano, mai portato a termine per la morte dello stesso Cesare. Nel 52 d.C. l'Imperatore Claudio portava a termine, oltre che il prolungamento della via Valeria dal Fucino fino ad Ostia Aterni - Pescara - (la Claudia Valeria), il suo Emissario fucense che regolerà gli incostanti livelli lacustri con un limitato prosciugamento del Fucino, prosciugamento che permetterà la coltivazione regolare delle terre emerse. Un lavoro colossale per l'epoca voluto dall'imperatore romano, basato in parte, come abbiamo già detto, su un precedente progetto di Giulio Cesare (SVETONIO, I, Iul., XLIV), allo scopo di rendere coltivabile l'area intorno al lago e di rendere maggiormente navigabile il Liri (DIONE CASSIO, LX 11, 5; 33, 3-6). Lo scopo di Claudio non era quello di prosciugare il Lago (siccare) ma quello di emittere (DIONE CASSIO) cioè di rendere stabilmente coltivabili le terre intorno al lago. Della grandiosa opera romana parlano PLINIO IL VECCHIO, SVETONIO, TACITO e CASSIO DIONE (I-II secolo). La durata dei lavori fu di ben 11 anni, dal 41 al 52 d.C., con l'impiego di 30.000 operai (SVETONIO, V, Claud., XX-XXI, XXXII). Ma le difficoltà sono ben espresse da Plinio il Vecchio, l'unico testimone oculare dell'impresa, con l'accurata descrizione del traforo, dell'estrazione dei materiali di risulta dai pozzi con apposite macchine, la galleria scavata nella solida roccia nella quasi totale oscurità; cose che colpirono lo studioso romano che, a detta dello stesso « quae neque concipi animo nisi ab iis, qui videre, neque enarrari humano sermone possunt!», (traduzione italiana: « non possono essere concepite se non da chi le vide, né il linguaggio umano è capace di descriverle! ») (PLINIO, Nat. Hist., XXXVI, 15, 124).

Una stima credibile del numero degli operai che lavorarono nell'interno del condotto idraulico si può riconoscere nel numero di 2400 unità e solo con il concorso di militari, curatori, artigiani, direttori ed affossatori del canale a cielo aperto si può raggiungere la somma di 30.000 uomini descritta da Svetonio. La prima inaugurazione del 52 d.C. con la grandiosa naumachia, fu alterata dall'afflusso debole delle acque nella vasca d'ingresso quanto furono tolte le paratie lignee, Ma sostanzialmente il deflusso fu lento e modesto, tanto da organizzare una seconda inaugurazione dopo che il direttore dei lavori claudiano, il liberto Narcisso, aveva approfondito le condotte di presa sul terrapieno. La seconda apertura avvenne alcuni mesi dopo, coronata anch'essa da uno spettacolo gladiatorio, ma il maggiore afflusso che fece sobbalzare il palco ligneo imperiale e provocò la rottura di parte della diga d'ingresso. Naturalmente i successivi interventi di restauro fino alla morte di Claudio nel 54, resero stabile l'Emissario che assolse alla sua funzione di stabilizzare i livelli lacustri.

Con Traiano abbiamo notizia di interventi sull'opera con i suoi lavori di restauro durati dal 114 al 117 d.C., restauri necessari che portarono a riparare, nell'interno del condotto sotterraneo, i danni provocati da una frana fra i pozzi 19 e 20. Dell'impresa idraulica di Traiano sul Fucino abbiamo ad Avezzano una testimonianza diretta da un'iscrizione su base marmorea "ricavata" sotto l'altare maggiore della ricostruita chiesa collegiata di S. Bartolomeo di Avezzano, di cui abbiamo conoscenza a partire dal 1651. In essa vengono ricordati i lavori dall'imperatore per il miglioramento delle opere di prosciugamento del Fucino e per aver recuperato i terreni rioccupati dal lago dal cattivo funzionamento delle opere di presa: Imp. Caesari.Divi / Nervale.Fil.Nervale / Traiano.Optimo / Aug.Germanico / Dacico.Parthico / pont.max. trib. pot.XXI.im[p.XII] / cos.VI. patri. patriae / Senatus.Popolusq.Rom[anus] / ob. Reiciperatos. agros.et. possess [ores. reductos] / quos.lacus.Fucini.violen[tia.exturbarat] (CAMARRA 1651, 76; CIL IX, n. 3915); trad. ital. = « All'imperatore Cesare, figlio del Divo Nerva, Nerva Traiano Ottimo Augusto Germanico Dacico Partico, Pontefice Massimo, munito di tribunizia potestà per la XXI volta , [acclamato imperatore 12 volte,] console per la VI volta, Padre della Patria, il senato e il Popolo Romano (dedicò) per aver recuperato i campi e [aver ricondotto] i proprietari che la violenza del lago Fucino [aveva cacciato]». (CATALLI 1998, n. 2). Non possiamo non immaginare che nei proprietari, possessores, di cui furono recuperati i campi invasi dalle acque fucensi, fossero appunto gli Avidii di Avezzano e i Marcii di Vico. Solo con i sostanziali miglioramenti di Adriano che « Fucinum emisit » fra il 120 e il 137 d.C., si ebbe il prosciugamento di gran parte del lago ad esclusione della depressione del Bacinetto, depressione che rimase a testimoniare per tutta l'età antica l'esistenza del Fucino. Con i lavori adrianei fu realizzato il lungo canale all'aperto che dall'imbocco dell'Incile fu portato fino alla quota 650, quindi ai bordi della depressione del Bacinetto (Borgo Ottomila) con una pendenza dell'1%. Quindi fu Adriano che portò a termine l'opera di prosciugamento parziale del lago, tale da giustificare la frase di Elio Sparziano nella sua Historia Augusta che l'imperatore «Fucinum lacum emisit».

(tratto dal Web)

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